A che punto è la Smart City? Episodio 1: Come i progetti si trasformano in conoscenza
Tradotto con l'IA
Ospiti
- Jörg Rainer Noennig, professore di Digital City Science presso l’Università HafenCity di Amburgo e direttore del Laboratory of Knowledge Architecture dell’Università Tecnica di Dresda
- Ralf Schüle, Istituto federale per la ricerca nell’edilizia, nell’urbanistica e nella pianificazione territoriale (BBSR), Sezione Città digitale, prevenzione dei rischi e trasporti
Dirk Engelke
Questo è il podcast «Raum Digital». Il podcast dedicato alla digitalizzazione nella città sostenibile e nello sviluppo locale. Oggi parliamo della città intelligente. Ovvero quella in cui le tecnologie digitali vengono utilizzate per rendere i processi più efficienti, impiegare meglio le risorse e promuovere la sostenibilità. In altre parole, per rendere la città più vivibile. Ma la Smart City è ormai ben più di un insieme di singole applicazioni, sensori, app o gemelli digitali. Per questo oggi non ci occuperemo di singoli progetti di Smart City, bensì della Smart City in sé. Vogliamo esaminarla da diverse prospettive. Da un punto di vista tecnologico, si tratta di digitalizzazione, dati ed efficienza. Dal punto di vista dello sviluppo urbano integrato, si tratta anche di clima, mobilità, partecipazione, questioni sociali o anche della qualità e della progettazione delle nostre città. La Smart City si sta quindi evolvendo sempre più da un approccio incentrato sull’innovazione e la tecnologia a una capacità istituzionale delle città. Il progresso decisivo non consiste più nello sviluppare il maggior numero possibile di nuove applicazioni digitali. È invece decisivo... se gli enti locali sono in grado di integrare soluzioni digitali nella loro pianificazione settoriale e nei processi amministrativi, di valutarne gli effetti e di gestirle in modo sostenibile. Per migliorare la qualità della vita dei cittadini e, al contempo, utilizzare meno risorse. Se ciò che caratterizza la Smart City deve diventare una capacità duratura degli enti locali, non è possibile che ogni città debba ripartire sempre da zero e ripetere le stesse esperienze. È quindi fondamentale capire come dai singoli progetti nasca una conoscenza sistematica e come questa conoscenza diventi fruibile per altri comuni. In questa prima puntata della doppia serie dedicata alla Smart City si tratta quindi del primo passo. Come si passa dalle numerose esperienze dei singoli progetti a una conoscenza sufficientemente sistematizzata? La questione del trasferimento si ricollega a questo, ma non è al centro di questa puntata, bensì di quella successiva. Cosa si può effettivamente trasferire? La soluzione concreta o, soprattutto, la conoscenza del perché, del come e delle condizioni in cui tale soluzione funziona? Dove si potrebbero approfondire meglio queste domande se non alla Smart City Summer School della rete scientifica Smart City? Questa Summer School si è tenuta dal 23 al 25 settembre a Dresda. Qui si sono riuniti attori provenienti dal mondo della ricerca, dai comuni e dalle associazioni per fare il punto della situazione. Cosa hanno portato alla Smart City gli degli anni passati? Cosa ha funzionato e quali nuove domande si pongono oggi? La Smart City Summer School di Dresda è collegata ai progetti MPSC in Germania. Durante la Summer School ho condotto cinque colloqui. E poiché questi hanno dato vita a una riflessione così ricca sulla Smart City, questa volta il podcast è suddiviso in due puntate. Oggi si passa dall’esperimento alla conoscenza. Cosa abbiamo imparato negli anni passati? E nella seconda puntata si passa dalla conoscenza alla capacità comunale, per parlare di radicamento, trasferimento e della questione di cosa sia effettivamente trasferibile da un comune all’altro. Ma prima la ricerca. Con Jörg Rainer Nönning, professore di Digital City Science alla Hafen City di Amburgo e direttore del Laboratory of Knowledge Architecture presso il Politecnico di Dresda, ho discusso se ormai esista una sorta di scienza della Smart City ben consolidata, quali modelli e schemi esplicativi si siano delineati e dove permangano ancora lacune nella ricerca. Successivamente, in questa puntata, parlerò con Ralf Schüler, dell’Istituto federale per la ricerca sull’edilizia, l’urbanistica e il territorio (BBSR). Ralf lavora nell’unità «Città digitale, prevenzione dei rischi e trasporti». Con lui affronteremo lo sviluppo del panorama della ricerca, il legame tra Smart City e modernizzazione amministrativa, e la questione di quali temi di ricerca stiano diventando ora più importanti. Ho scoperto che tre anni fa hai affermato: «Non esiste una scienza delle Smart City, non sappiamo ancora bene come funzionino le città digitali e come debbano essere progettate». L’ho letto nell’audizione del Bundestag tedesco sull’utilizzo del potenziale della digitalizzazione. Non so se fosse vero nel 2023, ma lo sappiamo ora? Nel 2026, come va progettata la digitalizzazione nelle città?
Jörg Noennig
Work in progress. Dire che non esiste era ovviamente un po’ esagerato. Non so proprio perché l’abbia formulata in modo così drastico in quella sede al Bundestag. Cosa c’è di così scarso? Forse bisogna considerarla piuttosto in relazione ai progetti, alle misure, ai programmi di finanziamento, che non sono certo di poco conto, visto che in Germania succede davvero molto; la base scientifica su cui si muovono così tante risorse e persone è sorprendentemente esigua. Insomma, l’ho sempre detto: prima di salire su aerei o razzi, vogliamo essere sicuri che la fisica, la termodinamica e la scienza dei materiali abbiano una certa affidabilità. E sebbene stiamo sviluppando, implementando e avviando progetti su scale simili, come le tecnologie delle smart city, tale affidabilità – l’affidabilità scientifica – nelle città digitali e nella trasformazione digitale delle città è ancora ben lontana dall’essere raggiunta.
Dirk Engelke
Sì, no, lo capisco. Voglio dire, se si legge la famosa «Smart City Wheel» di Boyd Cohen, non c’è alcuna base empirica dietro, ma lui ha semplicemente detto: «Ok, cosa si sta discutendo in questo momento?», ha creato la ruota e in realtà questo elemento è presente in ogni… sì, in ogni strategia di smart city.
Jörg Noennig
Beh, i concetti sono tanti, e credo che ciò dipenda anche un po’ dalla contingenza dei termini. Insomma, la città la conoscono tutti, ognuno ha qualcosa da dire al riguardo, è interessante, riguarda ogni persona. La città è il luogo in cui tutto converge. Anche in questo caso, in linea di principio , si può declinare praticamente ogni aspetto in modo più o meno approfondito, che si tratti di mobilità, salute, ambiente, questioni sociali o società: si può inserire tutto lì dentro. E “smart” è naturalmente un altro termine accattivante. Sì, chi non lo vorrebbe? Suona promettente, suona orientato al futuro. In questo modo, naturalmente, si è creata inizialmente una grande attenzione e attrattiva. Insomma, non respinge, quindi non è un concetto di per sé ostico. Ma è talmente ampio e interpretabile in così tanti modi che poi lo si tratta in modo quasi populista. Ed è proprio questo il punto in cui mi chiedo: non si potrebbe consolidarlo ulteriormente dal punto di vista scientifico? Certamente non si tratta di scienza pura e dura. Ma di alcuni modelli di base affidabili, principi, metodi. Questo fa parte di ogni buona scienza come fondamento per qualcosa che poi si vuole attuare nel mondo reale in modo affidabile e responsabile.
Dirk Engelke
E quali modelli scientifici o schemi esplicativi si sono affermati nel dibattito tedesco, e forse anche in quello internazionale?
Jörg Noennig
Direi che nelle scienze della pianificazione, quindi anche nell’urbanistica – che al momento non deve necessariamente essere digitale, credo – molti degli approcci provengono ancora dallo sviluppo urbano integrato. Ovvero la città come sistema complesso di sistemi. Bisogna quindi soppesare, integrare o bilanciare ogni elemento rispetto agli altri. Quindi non si tratta di un’ottimizzazione monodimensionale di un sistema, che sia la mobilità, rispetto a un altro – come la giustizia sociale –, ma piuttosto di capire come si possa creare un equilibrio sano e dinamico, un equilibrio dinamico. Questo è proprio ciò che si cerca di attuare con i concetti di sviluppo urbano integrato e, più recentemente, anche con i concetti di sviluppo integrato della digitalizzazione. Penso che ci sia molta conoscenza procedurale in questo ambito. Si sa molto bene come farlo e dove potrebbero trovarsi le insidie e gli ostacoli. Penso anche che ora, forse non tanto in un’ottica integrata quanto in un’ottica sistemica, si possano già modellare bene i sistemi urbani. È qualcosa che viene fatto già da mezzo secolo. Parlo di modelli dinamici di economie, economie urbane, popolazione urbana. Tutto è iniziato con il Club di Roma, con la System Dynamics di Jay Forrester, dove si cercava davvero di modellare queste interconnessioni tra cicli, materiali e flussi economici. All’epoca non era ancora possibile calcolare o simulare tutto questo, se non con un dispendio tecnico e informatico molto elevato. Ma ora è possibile. Le basi ci sono. L’intera ricerca qualitativa sulle città ha naturalmente accumulato moltissime conoscenze, cioè sui processi di partecipazione, su chi coinvolgere, come, in quale momento e in quale formato. Credo che ci sia stata anche una spinta molto, molto positiva, dal punto di vista metodologico, ma anche grazie alle tecnologie digitali. Insomma, credo che ormai sappiamo anche Ormai sappiamo come farlo bene e nel modo giusto. Credo quindi che si siano già consolidate delle certezze, oltre a componenti di base scientifiche o metodologiche su cui possiamo basarci e con cui possiamo continuare a lavorare.
Dirk Engelke
Grazie a queste conoscenze aggiuntive, ci sono state in qualche modo delle ipotesi sulle Smart City che sono state poi scartate?
Jörg Noennig
Sto cercando proprio ora un’ipotesi, cioè un’aspettativa relativa alla Smart City, che non sia più valida, magari perché – beh, almeno io non riesco a trovare subito una risposta – una promessa non è stata palesemente mantenuta. Forse questo è anche uno dei motivi per cui il termine non è ancora scomparso. In realtà, già dieci anni fa non lo avevamo seppellito, avevamo detto che ormai era così privo di contenuto o era stato esteso a tal punto che era meglio non usarlo. In molti contesti cerchiamo anche noi stessi di aggirarlo. Ma c’è. Si diffonde, va avanti. In Germania, naturalmente, negli ultimi anni è stato ulteriormente alimentato dal programma pilota. Potrei ben immaginare che non sia ancora scomparso, che non sia ancora, per così dire, finito in fondo alla curva nel cimitero o sotto terra, proprio perché molte delle promesse che ci si aspettava da esso sono ancora considerate realizzabili. Si è ancora in cammino. Insomma, la speranza non è ancora morta. Probabilmente lungo il percorso si è imparato molto, ma forse si è anche dovuto pagare qualche prezzo per queste lezioni; tuttavia, molto è ancora possibile e molto di ciò che originariamente si associava a questo concetto è forse ancora necessario.
Dirk Engelke
E se penso proprio ora all’intelligenza artificiale, ecco che si è aggiunta un’altra tecnologia con ulteriori promesse e intelligenza.
Jörg Noennig
Posso farti una domanda a mia volta durante il podcast? Conosci un esempio in cui un annuncio del genere sulla "città intelligente" non sia più valido, sia stato per così dire messo fuori gioco, e abbia deluso le persone?
Dirk Engelke
Beh, in realtà il concetto di “Smart City” è nato, per così dire, da due filoni paralleli. Uno derivava dallo sviluppo urbano integrato, l’altro esclusivamente dalla tecnologia e da quel settore. E credo che anche i fornitori di tecnologia abbiano poi imparato che la tecnologia nelle città non è così facile da vendere. Una metropolitana deve sempre soddisfare un’esigenza di mobilità e non limitarsi a trasportare le persone da A a B. Ero sui vent’anni, credo fosse il 2011, quando tutto è iniziato in occasione della Fiera di Hannover. La Metropolitan Solutions e anche Siemens hanno riorientato il gruppo verso le tecnologie urbane. All’epoca ero lì perché facevo parte del consiglio di amministrazione di una società di progettazione internazionale; noi di ISO Carb eravamo Knowledge Partner della Fiera di Hannover. Ed è lì che ho davvero compreso questa visione tecnologica e anche le logiche di finanziamento delle banche mondiali e simili, che volevano vendere proprio la tecnologia della metropolitana e pensavano così di poter realizzare la mobilità. E credo che, posso dirlo, questa visione non si sia più rivelata vera nel tempo, non è stata realizzata. Ma tu, rispondendo alla domanda sulla Smart City, hai subito fornito la definizione di sviluppo urbano integrato.
Jörg Noennig
Oggi, nel nostro workshop, abbiamo parlato del rendimento della Smart City, un altro termine che ricorre spesso e che continua a circolare. Insomma, qual è, per così dire, il ritorno sull’investimento o il rapporto costi-benefici della Smart City? Tecnologie, soluzioni, approcci, progetti e programmi. E si constata in ogni caso che è estremamente difficile elaborare un’equazione del genere, ovvero dimostrare un tale rendimento. Ma probabilmente è come per tutte le altre cose: se lo si riduce a una semplice infrastruttura, non è così. Credo che su questo siamo d’accordo. La Smart City è un sistema sociotecnico complesso, in cui entrano in gioco anche la natura e le risorse. Quindi, anche il concetto di sistema sociotecnico non sarebbe sufficiente; forse bisognerebbe introdurre un altro termine. Ma se diciamo di considerare per ora solo il carattere infrastrutturale della Smart City, cioè proprio i sistemi tecnici, dalla fibra ottica alla guida autonoma con treni o scooter o qualsiasi altra cosa. La domanda è sempre la stessa: quando o come si calcola il beneficio complessivo di un’infrastruttura? Si tratta di un investimento iniziale enorme. Bisogna innanzitutto investire una somma incredibile, per così dire, non a caso, ma in anticipo, per poi, quando l’infrastruttura – che probabilmente funziona sempre solo in una certa misura di completezza – è pronta. Ad esempio, una rete ferroviaria deve prima essere completata e le autostrade devono essere portate a termine. Anche la fibra ottica deve prima essere collegata ai nodi e così via. Insomma, una singola fibra ottica non ha alcun valore. Deve essere una rete, cioè un’infrastruttura. Occorre prima predisporre, preparare e prefinanziare tali infrastrutture per poi, per così dire, raccogliere il ricco frutto di tutti i casi d’uso che si apriranno grazie a un’infrastruttura del genere. Bisognava prima posare i binari ferroviari attraverso l’America, dalla costa orientale a quella occidentale. E solo allora è stato possibile trasportare persone, risorse e merci avanti e indietro, costruire città e insediamenti, popolarli e stabilire flussi di traffico. E credo che un problema simile si presenti anche nel caso delle infrastrutture delle Smart City. Non è difficile descrivere questi numerosi casi d’uso singoli e dimostrare che in realtà hanno senso, ma inserirli in un calcolo economico macroeconomico complessivo e poi affermare con certezza che questo investimento tecnologico, di per sé, comporta i seguenti costi, potrebbe generare i seguenti ricavi e poi bilanciare questi ricavi con gli effetti collaterali. Si tratta di un calcolo che, a mio avviso, è molto difficile da effettuare. Se però si riuscisse a farlo, si avrebbero molti meno problemi nell’introdurre effettivamente gli approcci validi nelle città, garantendo il trasferimento, tema su cui ci stiamo concentrando in via prioritaria proprio ora qui alla scuola estiva: come si fa a diffondere davvero questi numerosi risultati e conclusioni su larga scala, in modo sistematico, nell’applicazione a lungo termine? in modo che anche questi ingenti investimenti, provenienti ad esempio dal Ministero, possano davvero dare i loro frutti.
Dirk Engelke
Sì, è vero, è importante sottolinearlo. Nel contesto delle Smart City non si tratta della ferrovia, ma forse del gemello digitale, che posso realizzare su piccola scala per un progetto. Ma quando parliamo di sviluppo urbano integrato, allora tutto è incluso, dalla partecipazione al catasto delle reti. Ma semplicemente non si ripaga. Oppure il calcolo dell’investimento non può essere ripagato in modo così specifico.
Jörg Noennig
Sì, esatto.
Dirk Engelke
Voglio dire, è come quando gli investitori hanno dovuto imparare ad accettare l’uso misto negli sviluppi immobiliari, perché avevano modelli per l’uso commerciale, avevano modelli per l’uso residenziale e ci è voluto un po’ di tempo prima che potessero integrare l’uso misto con calcoli di rischio e simili.
Jörg Noennig
Esatto. Ieri, durante l’incontro informale, ho già imparato una cosa. Ad esempio, la creazione di piattaforme dati centralizzate, che in pratica costituiscono anche una base per la creazione di valore dai dati urbani, spesso rappresenta un ostacolo insormontabile. Quindi bisogna prima costruire un’infrastruttura, poi i vari soggetti coinvolti, uffici, autorità e così via, devono accordarsi su determinati standard e norme per stipulare accordi di cooperazione e cose simili. Si tratta di una barriera all’ingresso molto, molto alta per rendere accessibili e mettere in comunicazione tra loro tesori di dati singoli, precedentemente conservati in silos, e renderli accessibili e interconnessi. A volte questo viene realizzato, proprio grazie a un ampio sostegno e a finanziamenti, come nel programma MPSC. Ciò che però è sempre difficile da dimostrare è che queste piattaforme di dati urbane centralizzate o anche i gemelli digitali valgano davvero questo enorme sforzo. Cioè che si possano effettivamente contrapporre casi d’uso o scenari che siano proporzionati a questo dispendio amministrativo e tecnologico. E ciò di cui abbiamo discusso ieri sera è, per così dire, anche un modello alternativo alle piattaforme di dati, ciò che viene definito «Mashed Data». Ovvero che i proprietari delle diverse fonti di dati possano scambiarsi direttamente i dati tra loro, tramite contratti automatizzati e, di fatto, anche relazioni uno a uno. Si tratta di un approccio ambizioso, ma ormai fattibile, che consente di aggirare, per così dire, la difficoltà di realizzare un’infrastruttura il cui valore pratico o potenziale non è immediatamente prevedibile e che, di conseguenza, rappresenta semplicemente un rischio o un motivo per non realizzarla.
Dirk Engelke
In Svizzera se ne discute sotto il termine «spazi dati». Tuttavia, ho comunque bisogno di un’infrastruttura di base che mi garantisca uno scambio sicuro. Ciò significa che ho bisogno di un’infrastruttura di sicurezza. E ho bisogno di un’infrastruttura giuridica affinché, quando avviene lo scambio, non sia io a condurre le trattative in quel momento, ma che esista un accordo quadro giuridico . Quindi senza alcuna firma iniziale. Non so quando ciò avverrà, ma ovviamente non dispongo di quelle grandi strutture di data warehouse che dovrei mantenere.
Jörg Noennig
Esatto.
Dirk Engelke
È anche questo un aspetto della ricerca? Oppure intendi dire che, in questa fase di singoli progetti, si sta davvero procedendo in senso trasversale, verso la scalabilità, in modo da non dover fare... il grande salto di cui abbiamo appena discusso, ma piuttosto da poter comporre piccoli passi, come tessere di un mosaico, che poi formano un tutto?
Jörg Noennig
Credo che questi progetti esplorativi siano davvero necessari. In fondo abbiamo a che fare con contesti molto, come dire, molto complessi. Contesti di soluzioni, ma anche contesti di esigenze degli attori, dei protagonisti. E secondo me diventa estremamente difficile inserirli tutti, per così dire, in un sistema di coordinate, anche se è ad alta dimensionalità. Forse, invece di una sorta di super-metastruttura – «infra-meta» sopra, «infra» sotto, indipendentemente da dove la si collochi, sotto o sopra –, invece di creare strutture così grandi, forse sono proprio i percorsi ben tracciati, ovvero anche i percorsi di successo, si potrebbe dire. Modelli di successo. Attualmente, ciò che forse è ancora più promettente, ciò che dovremmo cercare di perseguire anche nella scienza e nella ricerca. Un po’ come avviene anche nell’economia, cioè nella gestione aziendale: non si cerca di elaborare una ricetta per un’azienda di successo o qualcosa del genere, ma si esaminano molto attentamente i casi di successo. Li si ricostruisce o si cerca di comprenderli in tutta la loro complessità? Da dove provengono? Qual è la loro storia? Quali erano le costellazioni degli attori coinvolti? Quali decisioni, in quale contesto, hanno portato a quale esito o risultato, consentendo di procedere con passo sicuro? Ad esempio, quali dati sono necessari per risolvere un determinato compito, quali soluzioni sono disponibili, affidabili, robuste. Quelle che si possono applicare, che si possono condividere, anche al di là dei comuni o dei contesti applicativi. Oppure come si possano ricavare da determinati dati anche determinate intuizioni e informazioni utili. Nella maggior parte dei casi avrei estrema difficoltà a generalizzare, sebbene naturalmente un compito scientifico centrale sia proprio quello di individuare tali schemi o modelli. Non lo dimentichiamo, ma è incredibilmente difficile e bisognerebbe affrontarlo con grande cautela, anche quando si delineano degli schemi. Soprattutto nel contesto politico o amministrativo, infatti, anche soluzioni “a metà” vengono spesso prese per buone. A quel punto non è più possibile correggerle. E quindi bisogna prima verificarle davvero, approfondirle, testarle in laboratori reali o con qualsiasi altro metodo a nostra disposizione, come le simulazioni, prima di propagarle effettivamente come modelli o principi di smart city.
Dirk Engelke
E dove si svolgono queste discussioni scientifiche? Naturalmente qui alla Smart City Summer School. Ma esiste un ambiente scientifico in cui si discutano proprio queste questioni all’incrocio tra scienza e pratica?
Jörg Noennig
Il panorama è chiaro, ma esiste. Il che forse è anche un punto a favore. Insomma, si sa già dove si trovano, per così dire, i punti nevralgici o i centri di attività nell’intero panorama scientifico della smart city o della città digitale. In cui siamo stati decisamente proattivi. Ecco perché organizziamo qui la scuola estiva, ecco perché curiamo anche la mappa delle conoscenze sulle smart city, che ora è collegata alla rete, per così dire come eredità del sostegno da parte della KTS. Ci occupiamo di Smart Cities da 15 anni, è una lunga storia il motivo per cui lo facciamo, ma fa già parte, per così dire, del nostro patrimonio scientifico il fatto che ci occupiamo semplicemente di questo tema, dato che abbiamo anche un nostro track record in materia e sicuramente, non so se ci occuperemo ancora di questo tema per altri 15 anni, ma riteniamo che sia davvero necessario e molto importante affrontarlo scientificamente. E se lo si affronta in modo scientificamente serio, bisogna naturalmente anche sapere dove si discute dello stato dell’arte. Cioè: dove nascono quali concetti, dove si colloca la ricerca di base – che è ancora più chiara, proprio nel settore delle Smart City –, dove si sta muovendo qualcosa, quali attori nazionali e internazionali si conoscono, a cui ci si dovrebbe orientare anche dal punto di vista scientifico e tecnico. Quindi, vogliamo sicuramente tenere d’occhio tutto questo e coltivarlo. Non limitarsi a essere presenti in modo passivo, ma contribuire a plasmare il panorama, costruire le reti, far circolare i contenuti al loro interno per poi vedere cosa succede: c’è una risonanza, ci sono effetti di amplificazione, arrivano critiche? È buona prassi scientifica saper gestire tutti questi feedback. Ad esempio, solo per citare un caso di due giorni fa, un nuovo gruppo di lavoro presso la Singapore University of Science and Technology, il Reasonable Design Lab. Lo trovo molto valido. Lì vengono davvero trasformate le reti di conoscenza, vere e proprie ontologie di problemi, ma anche problemi pratici, per così dire, legati allo sviluppo urbano, che vengono trasformate in strutture schematizzate, alle quali è poi possibile associare risposte strutturate non solo tecniche, ma anche concettuali. E tutto questo rientra sicuramente nel tema della Smart City. E si intuisce, o meglio si percepisce chiaramente, che c’è in gioco moltissima intelligenza artificiale, sia simbolica che subsimbolica. E utilizzarla ora, in linea di principio, per mettere a confronto problemi concreti come la gestione del traffico, il monitoraggio ambientale e simili, inserendoli in un sistema, lo trovo davvero ottimo. E da lì ricavare poi decisioni davvero razionali e ragionevoli per lo sviluppo urbano, per la pianificazione, per la politica. Lo trovo estremamente interessante. Non esistono da molto tempo, ma sono molto ambiziosi. Per trovare persone del genere, però, bisogna guardare fino all’Università di Singapore. È questo che intendo: il panorama è piuttosto limitato. Forse si tratta di due o tre manciate di gruppi di ricerca di base all’avanguardia in tutto il mondo che si occupano di questo genere di cose. Dal punto di vista applicativo, il campo è naturalmente molto, molto più ampio.
Dirk Engelke
Sì, grazie mille. Jörg Nönning mette in luce il problema della conoscenza. Ormai ci sono moltissime esperienze derivanti da singoli progetti, ma ancora troppo pochi modelli affidabili. E modelli che vadano oltre il singolo caso. Da qui sorge la domanda successiva. Cosa si può dedurre finora dal programma Smart City? E cosa dobbiamo comprendere in seguito? Perché se la digitalizzazione diventa sempre più parte integrante di uno sviluppo urbano normale e consueto, anche l’oggetto della ricerca si sposta. A quel punto non si tratterà più tanto di verificare se la singola applicazione funzioni dal punto di vista tecnico, quanto piuttosto di capire come gli strumenti digitali vengano integrati nell’amministrazione, nella pianificazione settoriale e nei processi decisionali e quali effetti ne derivino a lungo termine. Ne parlerò con Ralf Schüle. Ci troviamo infatti qui alla Summer School Smart City, dove sono presenti moltissimi progetti MPSC. Per gli ascoltatori provenienti dall’Austria e dalla Svizzera: che cos’è l’MPSC?
Ralf Schüle
MPSC, KTS e molti altri termini fanno tutti parte di un programma di finanziamento attivo in Germania dal 2019. Si tratta del sostegno alle Smart City, che chiamiamo “progetto modello delle Smart City”. Da queste parole deriva l’acronimo MPSC; c’è poi una seconda sigla importante, ovvero KTS, che sta per “Centro di coordinamento e trasferimento”. Si tratta di una sorta di agenzia di accompagnamento che fornisce moltissimi servizi e forme di sostegno a questi progetti modello.
Dirk Engelke
Ciò significa che, per quanto riguarda la digitalizzazione e le Smart City, i comuni ricevono un sostegno diretto per intraprendere il percorso verso il digitale.
Ralf Schüle
Credo che la Germania abbia iniziato relativamente tardi, se guardo anche ai programmi austriaci e svizzeri, per quanto riguarda la questione di come promuovere sistematicamente la digitalizzazione nelle città tedesche. E solo nel 2019 è stato istituito un programma di finanziamento a tal fine, con l’obiettivo, per così dire, di evitare che soluzioni puramente tecniche venissero introdotte nello spazio urbano e nei campi d’azione, ma che avessero sempre un forte legame, una forte connessione con lo sviluppo urbano integrato. E il nostro criterio di valutazione, il nostro punto centrale, in base al quale abbiamo sempre cercato di valutare le richieste e le misure, è sempre stata la seguente domanda: In che modo questi singoli progetti o misure digitali hanno realmente contribuito al raggiungimento degli obiettivi nell’ambito dello sviluppo urbano integrato dei rispettivi comuni? E
Dirk Engelke
il ruolo del BBSR è quello di strutturare questi programmi, seguirli e poi valutare le richieste e affiancare i comuni.
Ralf Schüle
Parlo sempre dei tre ruoli che ricopriamo. Forse sono addirittura quattro, ma in realtà sono almeno tre. Il primo è che siamo gestori di programma, siamo sviluppatori di programma. E, come si dice nel gergo amministrativo, in qualità di autorità subordinata al Ministero federale dell’edilizia, il BMWSB, operiamo anche a sostegno dell’ e nell’attuazione e nella gestione del programma. La gestione del programma è quindi sicuramente uno dei pilastri fondamentali in cui il BBSR è coinvolto nell’ambito di questo programma di finanziamento. Un secondo pilastro importante è che interveniamo attivamente, insieme all’agenzia di accompagnamento – che non si chiama così, ma di fatto lo è – nei comuni, nei progetti modello finanziati, cercando di sostenerli. Valutiamo le proposte di intervento, partecipiamo ai processi di consulenza e cerchiamo di aiutarli quando si tratta di valutare i risultati ottenuti. Siamo quindi attivamente coinvolti, anche dal punto di vista tecnico, nei processi di accompagnamento dei progetti modello. E il terzo ruolo è che siamo anche ricercatori. Abbiamo infatti un’attività di ricerca autonoma anche presso il BBSR, dove, ad esempio, mi occupo moltissimo di resilienza comunale. Sulla protezione del clima a livello comunale, sull’equità digitale e anche su questioni relative alla valutazione. E così ogni collega del mio dipartimento ha i propri temi di ricerca in questo contesto. Questi tre ruoli. Li ricopriamo tutti. Inoltre, come quarto aspetto, abbiamo anche coordinato l’intera ricerca di accompagnamento del programma modello.
Dirk Engelke
Ciò significa garantire che non siano i singoli comuni a ricevere finanziamenti per misure isolate, ma che si crei conoscenza in modo tale da poterla trasferire, curando anche le modalità di tale trasferimento. Questo fa parte del vostro compito.
Ralf Schüle
Non è un compito proprio del BBSR, ma fa parte dell’incarico che abbiamo affidato a questa KTS, anche se il BBSR fornisce il proprio sostegno. Naturalmente sempre in stretta collaborazione con il Ministero dell’edilizia e con il BMWSB, laddove possibile.
Dirk Engelke
E tu lo dici nel 2019: cosa è cambiato negli ultimi anni nel settore delle Smart City? Innanzitutto, come è cambiato il panorama della ricerca e come sono cambiati i progetti? Quale impatto è visibile?
Ralf Schüle
Vorrei tornare indietro al periodo precedente al 2019, prima di rispondere alla tua domanda, poiché ciò ha molto a che fare con gli effetti e con l’impatto che, a mio avviso, questo programma ha ottenuto e può ottenere. Si tratta infatti di un contesto storico unico: a partire dal 2016 in Germania si è instaurato un dialogo nazionale sulla questione di come dovrebbero e possano effettivamente essere le Smart City. Nel 2017 è stata redatta la cosiddetta «Carta delle Smart City», ovvero un documento normativo che fornisce ai comuni, per così dire, le linee guida su come le Smart City possano essere realizzate in Germania. E poi, nel 2019, è arrivato questo programma di finanziamento e, più in generale, questo concetto specifico: se vogliamo, la creazione di una visione nazionale delle Smart City che si impegni a favore della sovranità dei dati, della partecipazione delle cittadine e dei cittadini, e dei cittadini, allo sviluppo delle competenze nei comuni e alla sostenibilità. Si tratta di uno sviluppo davvero molto, molto particolare, che, a mio avviso, ha avuto luogo. Posso affermarlo anche perché non sono stato coinvolto in questi processi sin dall’inizio. Ma, guardando indietro, è successo qualcosa di davvero, davvero speciale. E i temi che sono cambiati nel tempo, , sono naturalmente legati anche a questo, un po’ allo sviluppo tecnologico, ma anche al dibattito, al progresso del dibattito sulle Smart City. Ad esempio, all’inizio abbiamo discusso molto, molto intensamente su come dovessero essere effettivamente le basi della Smart City. Quali sono i presupposti etici, come deve essere organizzata? Quali attori devono essere coinvolti? Insomma, questioni davvero fondamentali. La discussione successiva, a mio avviso, verte in modo molto, molto marcato sugli elementi costitutivi. Cioè: come si costruiscono le piattaforme di dati urbani? Che ruolo svolgono le strategie sui dati? Ogni comune dovrebbe adottare un gemello digitale? È importante che ogni progetto pilota sviluppi una propria app cittadina? E se sì, come dovrebbe essere realizzata e come può poi collegarsi in rete? Questa è forse la fase dei mattoni, che poi si è forse susseguita. E quello che osservo ora è che il tema della Smart City si sta un po’ dissolvendo – non voglio ancora dirlo – ma si sta diffondendo un po’ di più nei vari ambiti tematici. Sempre di più nell’adattamento agli effetti del cambiamento climatico. Nella protezione del clima, nella mobilità, nella gestione delle risorse idriche e in tutti i settori comunali immaginabili. E questo tema, forse, sarebbe stato il nostro approccio specifico: la governance digitale nelle amministrazioni, la governance digitale nelle città e nelle unità territoriali – quartiere, città, regione – sono temi prioritari così importanti che abbiamo affrontato anche qui all’Istituto, ma naturalmente anche nell’ambito della linea di finanziamento.
Dirk Engelke
E dove si vede l’impatto, l’impatto misurabile, della linea di finanziamento o dei progetti che sono stati finanziati?
Ralf Schüle
La questione della misurabilità è complessa in un programma di tipo «soft», che promuove in larga misura la strategia e le misure trasversali. A questo proposito vorrei naturalmente ribadire ancora una volta la mia riserva di ingiustizia.
Dirk Engelke
È arrivato, sì.
Ralf Schüle
È arrivata. In ogni caso, la linea di base si è spostata. Ciò significa che oggi non dobbiamo più affrontare determinati dibattiti che invece affrontavamo cinque anni fa. Ad esempio, non dobbiamo più discutere di una visione strategica su come un comune debba effettivamente organizzare i dati. La domanda è solo: i comuni, le città e le comunità hanno effettivamente implementato il tema in modo sufficientemente completo? Ma il tema è ormai consolidato. Il valore delle piattaforme di dati urbani, il valore delle soluzioni e delle applicazioni digitali. Migliorare la capacità di analisi dei comuni, la capacità di elaborare scenari, la capacità di previsione, ma anche la capacità di agire. Sono aspetti che ormai si possono davvero misurare. I comuni hanno adeguato le loro strutture organizzative. Si sono orientati di conseguenza dal punto di vista gestionale. Pensano sempre più in modo trasversale tra i vari settori. Nel corso di questa digitalizzazione. E così, soprattutto in questo forte radicamento del tema digitale, si osservano effetti molto, molto significativi. Lo osserviamo nei comuni che sosteniamo, ma anche, e sempre di più, in quelli che non sosteniamo.
Dirk Engelke
Quindi si tratta di questo effetto di ricaduta, per cui dai comuni finanziati si diffonde anche verso quelli che non lo sono stati, che possono così trarre vantaggio dalle conoscenze e, a volte, forse anche dalle soluzioni tecniche.
Ralf Schüle
Naturalmente abbiamo approcci con cui cerchiamo di rendere possibile anche il trasferimento, l’apprendimento reciproco. Abbiamo anche dei dati al riguardo. È tutto molto, molto ben documentato, perché abbiamo effettuato una valutazione parallela dell’intero programma. Si può davvero osservare che, naturalmente, non siamo – come si dice nel gergo degli esperti – sufficientemente soddisfatti. In altre parole, credo sia indiscutibile che ci sia ancora potenziale per un ulteriore trasferimento.
Dirk Engelke
Questo era il lato pratico. Puoi delineare la situazione anche dal punto di vista della ricerca? Nel panorama della ricerca o nelle questioni di ricerca, è cambiato qualcosa nel corso del tempo?
Ralf Schüle
Vorrei rispondere anche in questo caso prima in modo indiretto e poi arrivare direttamente alla risposta. Indirettamente si è creata una costellazione del tutto particolare. Con il programma di finanziamento – o esiste ancora? – in cui un programma di finanziamento incontra i comuni che lo adottano? E una ricerca che, nell’ambito del programma di finanziamento, ha lavorato con i comuni in una sorta di triangolo. Con un quadro normativo della Smart City nel contesto della Smart City. Si tratta di una convergenza, di un’interazione che, storicamente, trovo straordinaria e davvero unica. E proprio nelle prime fasi si è potuto osservare chiaramente che la ricerca, compreso il BBSR, si è concepita in modo molto, molto forte come fornitore di servizi, al fine di rendere possibili e migliorare i processi nei comuni. Molto orientata ai servizi. E nel frattempo, però, anche la ricerca si sta orientando sempre più, per quanto posso constatare, verso l’affrontare un numero crescente di tematiche specialistiche, verso la gestione energetica, verso l’adattamento ai cambiamenti climatici. Esistono ambiti di intervento molto affini nei comuni che adottano in modo molto, molto marcato le applicazioni digitali. E al momento vedo due temi chiave in questo ambito. Credo che torneremo su ulteriori temi di ricerca. Il primo tema chiave è: in che modo gli strumenti digitali sono effettivamente integrati nell’amministrazione comunale e nei processi amministrativi? Rimangono, per così dire, isolati all’interno di un team dedicato alla Smart City?
Dirk Engelke
Sì?
Ralf Schüle
Oppure si riesce davvero a promuovere e rendere possibile questo lavoro trasversale che coinvolge diversi settori? L’altro tema è quello che in inglese si definisce «evidence-based», ovvero basato sull’evidenza, cioè una comprensione, anche per la ricerca, attraverso della questione: in che modo i comuni riescono, per così dire, a sviluppare ulteriormente una pianificazione incentrata sui dati e a renderla più efficiente ed efficace?
Dirk Engelke
Ciò significa che entrambi mirano, in ultima analisi, all’organizzazione, sia a livello amministrativo che, nel caso della centralità dei dati, anche a livello politico.
Ralf Schüle
In effetti. In Germania abbiamo ora anche un’altra particolarità, dato che il programma di finanziamento fa capo al Ministero dell’edilizia. Per quanto riguarda la questione di come procedere ulteriormente nella ricerca sulle smart city, siamo molto, molto legati alle tematiche relative ai dati e a quelle spaziali. Il tema della modernizzazione amministrativa. Abbiamo dovuto, come si potrebbe dire, trattarlo un po’ con negligenza. Finora. Implicitamente, la modernizzazione amministrativa era molto presente. Ma verso l’esterno, nella presentazione e anche nella discussione, erano in primo piano soprattutto i temi dello sviluppo urbano integrato, per così dire nei campi d’azione. E proprio questo sta cambiando: la separazione tra Smart City e modernizzazione amministrativa, che era insita nella struttura particolare di questo programma di finanziamento in Germania, si sta lentamente dissolvendo.
Dirk Engelke
Sì, è anche la mia osservazione: alla fine, come sempre, bisogna tenere conto anche del tema della modernizzazione amministrativa. Perché, se ho processi che scambiano dati via fax, non posso certo parlare di ulteriori passi avanti, di interoperabilità e simili.
Ralf Schüle
Condivido questa valutazione, perché proprio negli ultimi anni è emersa la consapevolezza che, naturalmente, la questione di quale applicazione digitale utilizzare, ad esempio, per coinvolgere i cittadini nelle procedure di pianificazione – ovvero la comunicazione verso l’esterno tramite applicazioni digitali – è profondamente legata alla questione di come ho effettivamente organizzato i miei processi interni nell’amministrazione. E questo è un processo su cui ci concentreremo ancora di più nei prossimi anni.
Dirk Engelke
Ciò richiede però che io garantisca, per così dire, visibilità ed efficacia verso l’esterno per i cittadini, quasi come se si trattasse di un iceberg all’interno dell’amministrazione: che si tratti innanzitutto di creare il gemello digitale, in modo da poter vedere una mappa dall’esterno, Oppure modificare i processi amministrativi, in modo da poter reagire concretamente alle obiezioni dei cittadini che arrivano tramite app. C’è davvero molto da fare all’inizio e alla fine sembra che ne venga fuori ben poco.
Ralf Schüle
L’immagine dell’iceberg, un settimo e sei settimi, mi piace molto. Perché il presupposto per fornire ai cittadini dati e informazioni in modo adeguato o per consentire processi di partecipazione richiede processi amministrativi di ampia portata, prima ancora che questo piccolo risultato – l’app della città o la partecipazione digitale, per così dire – diventi effettivamente efficace verso l’esterno. Ciò significa che l’aspetto radicale – c’è davvero qualcosa di molto radicale in tutto questo – sta in realtà nel fatto che un’amministrazione riesca a riflettere in modo interdisciplinare su come strutturare la propria infrastruttura di dati.
Dirk Engelke
E quindi a fornire il servizio in modo orientato all’utente, indipendentemente dal reparto o dal dipartimento in cui il lavoro deve essere svolto.
Ralf Schüle
Può trattarsi del dipartimento di pianificazione o di un dipartimento specialistico, può riguardare la politica, ma può anche riguardare la comunicazione con i cittadini. E ciò che ho osservato anche nei progetti pilota Smart Cities – ora uso l’acronimo MPC – è che si parte da una piccola applicazione. Ad esempio, un sistema di monitoraggio delle piene, ovvero una rete di sensori per misurare i livelli di un fiume, non è affatto una misura innovativa di per sé. Ma i presupposti che sono stati poi creati in quel singolo comune per realizzare una piattaforma dati, riorganizzare i relativi canali di comunicazione quando il livello del fiume sale, creare dashboard: dietro a tutto questo c’è qualcosa di grande e molto, molto radicale, che si manifesta all’esterno solo attraverso quel piccolo sensore nel corso del fiume. All’interno, invece, succede tantissimo.
Dirk Engelke
E se ti ho capito bene, stai dicendo che la leva diventa in realtà ancora più grande, che la tecnologia serve a questo... Sì, che è proprio questa la leva per modernizzare l’amministrazione e rendere i processi più efficaci.
Ralf Schüle
Se si prende sul serio la Smart City, sì, allora si tratta di un processo importante per raggiungere innanzitutto gli obiettivi che i comuni e le città si sono prefissati con il supporto di strumenti digitali, e questo a sua volta presuppone una forte trasformazione, un forte adeguamento dei processi e delle procedure, che dovrebbero poi essere affrontati in modo adeguato al problema, in modo interdisciplinare e trasversale ai reparti.
Dirk Engelke
Abbiamo discusso a lungo di ciò che è stato fatto in passato. Guardando al futuro, quali sono i temi di ricerca che ritieni possano emergere o acquisire maggiore importanza?
Ralf Schüle
Nella mia presentazione, che terrò domani, ho cercato di delineare cinque percorsi in cui intravedo un grande potenziale, in cui c’è qualcosa di interessante e in cui si possono affrontare temi di ricerca molto stimolanti. Ho cercato personalmente di mappare i temi di ricerca attualmente in corso. È stato un lavoro molto complesso e davvero molto ampio. Ho cercato di ridurlo a cinque temi chiave, proprio per capire in che modo la digitalizzazione possa fornire contributi importanti allo sviluppo urbano integrato . Il primo riguarda l’analisi dei filoni di sviluppo e dei processi di apprendimento. Abbiamo già parlato di un processo di apprendimento. Si tratta di questa crescente interconnessione tra i progetti di Smart City e, per così dire, la modernizzazione amministrativa. Il secondo è quasi un approccio di valutazione. È ancora collegato al primo. Si tratterebbe di un punto su come si potrebbero approfondire ulteriormente i percorsi di sviluppo e i processi di apprendimento. È vero che moltissimi comuni si sono ormai impegnati nel settore della digitalizzazione, realizzando progetti e ottenendo risultati significativi. Ma in realtà non sappiamo ancora molto sui progressi compiuti, o forse si potrebbe anche dire sul grado di maturità dei comuni in termini di competenza digitale, e approfondire questo aspetto dal punto di vista della ricerca rimane un tema molto, molto interessante.
Dirk Engelke
E per «livello di maturità» non intendi solo la tecnologia, ma un approccio globale nel senso di uno sviluppo urbano integrato. In che modo vengono coinvolti i cittadini? Qual è lo stato dei dati? Insomma, in senso più ampio.
Ralf Schüle
A questo proposito, un ultimo punto su questo filo conduttore dello sviluppo e dei processi di apprendimento – su cui io stesso sono ancora molto incerto – è quella che io chiamo la “lampada delle meraviglie”, ovvero l’intelligenza artificiale. Quindi la domanda su quale ruolo svolga l’IA nella pianificazione specialistica, nella pianificazione integrata, nell’elaborazione della conoscenza, nella gestione della conoscenza: questa è una domanda alla quale oggi non abbiamo ancora alcuna risposta adeguata e che rimane e rimarrà per noi un importante tema di ricerca. Il secondo punto è che ci troviamo tutti di fronte, in quanto enti pubblici, a tagli di bilancio e a riduzioni di posti di lavoro. Anche il cambiamento demografico investirà i comuni, non solo in Austria e in Svizzera, ma anche in Germania. E dobbiamo prepararci al fatto che nei comuni potremo lavorare con molte, molte meno risorse e con molto, molto meno personale. E cercare un approccio che, sfruttando le applicazioni digitali, consenta di salvaguardare, e forse persino di sviluppare ulteriormente, i servizi di interesse generale, rimane un tema di incredibile importanza, perché i comuni si trovano naturalmente a dover far fronte a moltissimi compiti obbligatori: acqua, energia, piscine, scuole; ma non dispongono del personale necessario e quindi occorre valutare in modo mirato dove le applicazioni digitali possano effettivamente svolgere ancora un ruolo. Il terzo punto è la valutazione. Si potrebbe liquidare la questione dicendo: «È solo una questione tecnica». Cioè, attuo la misura X, ottengo un effetto e quindi si tratta in realtà solo di una questione tecnica. Ma la domanda su quali siano, ad esempio, gli effetti del grande programma «Smart City» nei comuni è una questione che riguarda anche gli effetti manifesti a lungo termine, i cosiddetti impatti. E su questo argomento c’è in realtà relativamente poco materiale e poche informazioni. E anche in questo caso dobbiamo valutare metodicamente come affrontare la questione. Forse i big data possono avere un ruolo, ma forse anche semplici casi di studio, interviste o simili. Il quarto punto, che ho già accennato più volte, è il tema della pianificazione specialistica. Ovvero il movimento della Smart City. Sempre più spesso, nell’ambito della pianificazione settoriale, mi chiedo: la «Smart City» sarà ancora in futuro il concetto adeguato per descrivere ciò di cui stiamo discutendo? Non voglio certo decidere io. Ma il tema dell’economia circolare, della pianificazione termica, dell’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici – e precisamente come approcci d’azione integrati e trasversali nell’ambito dell’ e – può essere compreso appieno solo E si può anche cogliere bene nella gestione dei rischi, se lo si fa con strumenti digitali. E per questo servirà ulteriore ricerca di accompagnamento. Ultimo punto. Sono laureato in sociologia e noi sociologi abbiamo questo tema sociale nel DNA. E finora, a mio avviso, abbiamo una debolezza nell’affrontare i temi sociali della Smart City. Al di là della partecipazione e del coinvolgimento. Si parla molto di partecipazione, c’è molto da dire sulla partecipazione. Ma sulla questione se gli strumenti digitali possano essere utilizzati, ad esempio, per rafforzare l’equità ambientale nelle città. Cioè la domanda se davvero ogni persona – immagino – abbia accesso, entro 400 metri nello spazio urbano, a un’area verde di qualità. Semplicemente anche dal punto di vista della qualità della vita e della salute pubblica. Questa rimane ancora una questione analitica grande e importante. La questione di come la Smart City e il divario di genere nei dati, quando si entra nel campo dell’intelligenza artificiale, anche lì riesco a immaginare tantissimi temi da affrontare. Il fatto è che, in realtà, per quanto riguarda la ricerca, quella futura, non ho alcuna preoccupazione. La mia unica preoccupazione è piuttosto se ci siano fondi di finanziamento e una risposta nei programmi di ricerca che affrontino adeguatamente questi importanti temi di ricerca.
Dirk Engelke
Grazie di cuore.
Ralf Schüle
Grazie a te.
Dirk Engelke
Sì, se metto insieme le due conversazioni, è evidente che negli ultimi anni si sia accumulato un notevole bagaglio di conoscenze. Allo stesso tempo, mi sembra che la questione si sia spostata. Oggi non si tratta più di stabilire se un’applicazione digitale funzioni, ma di capire come i comuni possano trarre insegnamento da tali esperienze. Ralf Schüle chiarisce che un’applicazione digitale ha un effetto duraturo solo se funzionano anche i processi che ne stanno alla base. I dati devono essere disponibili, le competenze devono essere chiarite, i dipartimenti specializzati devono collaborare e l’applicazione deve essere integrata nelle strutture amministrative esistenti. La prima puntata si conclude così con un piccolo bilancio intermedio. Dagli esperimenti è emersa una conoscenza basata sull’esperienza. Il compito ancora aperto consiste ora nell’ordinare e valutare queste conoscenze in modo tale da farne scaturire competenze comunali. Come queste competenze possano essere radicate nella pratica e cosa sia trasferibile da un comune all’altro: è questo il tema della seconda puntata. Si parte dalla capitale dello Stato libero di Dresda. Lì i progetti Smart City non sono stati sviluppati in un’organizzazione di progetto separata, ma sono stati collegati fin dall’inizio ai dipartimenti competenti. La seconda puntata uscirà il 29 ottobre 2026. Grazie mille per l’ascolto. Trovi ulteriori informazioni nelle note del programma. Dai un’occhiata anche al blog: raumdigital.ost.ch. Se conosci progetti interessanti o ospiti stimolanti, scrivimi: sarò lieto di ricevere i tuoi suggerimenti.